Spello 1All’imbrunire di sabato 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, e giorno anniversario del transito di fratel Carlo Carretto (1988), ci siamo ritrovati a San Girolamo, «non per parlare di lui, ma per ascoltarlo; non per un momento di ascesi, ma per vivere con gli altri e per rimanere e saper stare in Cristo e con i fratelli», come ha sottolineato all’inizio Luigi Borgiani, dell’Azione Cattolica Italiana e ora responsabile del complesso San Girolamo. Abbiamo, quindi, ri-ascoltato le parole di fratel Carlo, dalla voce eloquente di Ancilla Oggioni e accompagnata magistralmente da Federico Ceriola.

SE NON DIVENTERETE PICCOLI

«Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). È questa la prima cosa che dobbiamo ritenere nel metterci alla scuola della preghiera. Il Padre si rivela ai piccoli, il Padre si nasconde ai sapienti. Non è uno scherzo!

Se vogliamo diventare conoscitori di Dio, intimi dell’Altissimo, dobbiamo farci bambini. Se teniamo alla rivelazione del suo volto, dobbiamo abituarci alla contemplazione estatica fatta con gli occhi dell’umiltà e della semplicità del cuore.

Sì, farsi piccoli, più piccoli ancora, il più piccoli possibile: è il grande segreto della vita mistica. E quando ci si è ridotti a un punto, senza più consistenza se non quella dell’anima che guarda, o del cuore che ama, abituarsi a rovesciare la posizione, l’eterna posizione dell’orgoglio, la difficile posizione dell’io che si crede sempre centro dell’universo.

Spello 4Ricordiamo qui una cosa molto importante: pregare non significa tanto parlare ma ascoltare: contemplare non significa guardare ma essere guardati.

Il giorno in cui prendiamo coscienza di questo, siamo entrati finalmente nel vero, e la preghiera incomincia a essere vitale.

Essere guardati da Dio: così io definirei la contemplazione che è più passiva che attiva, più silenzio che parola, più attesa che azione.

Che sono io davanti a Dio?

Cosa posso fare per meritare la sua rivelazione?

Se Lui chiude, nessuno apre (Apocalisse), e se Lui apre, nessuno chiude.

È Lui l’elemento attivo dell’amore, è lui il primo, è Lui che fa dentro di me la sua preghiera, che diventa la mia preghiera.

Non so cosa è capitato o capita dentro di voi: io so che cos’è capitato e capita dentro di me. Vi posso dire:

È Lui che mi ha cercato per primo ed è Lui che continua a cercarmi.

Prima era più difficile avvertire la sua presenza, sentire la sua mano, ma ora che ho l’esperienza di Lui è più facile, anche se il luogo d’incontro tra me e Lui è più buio e la memoria più arida.

Con Dio non ho mai avuto grandi difficoltà sulla fede e debbo dire che, nonostante le mie infedeltà, i miei peccati, il mio egoismo, la mia superficialità, non c’è più creatura, stella o fiore, prato o collina, tempesta o sereno, mare o uccello che non mi parli di Lui, che non sia un suo messaggio, un suo simbolo, una sua parola, un suo avvertimento. Mi sento in Lui come un’ape nella sua arnia, come una sposa a casa sua, meglio come un bimbo nel ventre di sua madre.

Quest’ultimo paragone è il più esatto che ho trovato perché dice nella sua realtà che l’unione con Dio non è da trovare perché «c’è già», come c’è già l’unione tra la madre e il suo piccino. Tutt’al più si tratta di prenderne coscienza, di facilitarla con la nostra adesione a Lui, di rispondere alle sue incessanti sollecitazioni perché in Dio siamo, respiriamo e abbiamo l’essere (san Paolo).

Spello 5Ma non solo. Dire che siamo in Dio come un bimbo nel seno della madre è dire – anche se i paragoni non sono mai perfetti – quale sproporzione passa nel rapporto dei due tra le possibilità, le attenzioni, la coscienza, l’amore della madre e l’impotenza, la piccolezza, la cecità, la passività del bimbo. Noi siamo in Dio in una sproporzione ancora maggiore. La nostra cecità è più grande di quella di un feto. Le nostre possibilità sono ben più ridotte. E non esagero. Guardate come son finiti certi uomini grandi, come han ridotto i loro popoli certi dittatori. Se al loro posto ci fossero stati dei bimbi, non avrebbero combinato tanti disastri! E l’esperienza di ciascuno di noi può testimoniare all’infinito ciò che Gesù affermò nel suo vangelo: Senza di me non potete far nulla. E nulla è nulla: sia ben chiaro.

Ma se Gesù ebbe a dire che senza di Lui non potevamo fare nulla, fu come se dicesse: ma con me potete tutto.

È uno dei paradossi della nostra unione con Dio, è l’onnipotenza dell’impotenza, è la conoscenza dell’inconoscenza, è il coraggio della debolezza, è il grido di san Paolo: Se Cristo è con me, chi contro di me?

Il bimbo nel seno di Dio significa la pace nella tempesta, la sicurezza nelle prove della vita, la luce nelle tenebre, la speranza nella morte.

Ciò che conta è lasciarsi fare, vivere di fede, confidare nell’Eterno.

Capire soprattutto una cosa: che il nostro sviluppo dipende da leggi che non sono le nostre, da una volontà che ci supera.

Cosa può fare un bambino nel seno della madre? Attendere, pazientare, star tranquillo.

C’è una parabola che esprime bene questa realtà dello sviluppo del regno di Dio quasi in un modo inconscio e ce la racconta il vangelo di Marco. «Diceva ancora ad essi: Così è il regno di Dio, come un uomo che getta in terra la semente: dorma o vegli, notte o giorno, la semente germoglia e cresce senza che egli sappia come» (Mc 4,26).

E noi non sappiamo come. Ma l’accettare che Lui faccia senza che noi non sappiamo come, è cosa dura e ci vuol molto tempo prima d’impararlo a memoria.

Ma quando l’avremo imparato… che gioia!

Poter vivere di questa sensazione: Dio fa mentre io dormo, Dio pensa a me mentre io lavoro o prego, Dio interverrà al momento giusto, Dio mi attende a pregare, Dio conosce il mio domani.

È la pace vera, è l’anticamera del cielo, è la risposta a tutti i problemi sulla fede.

Carlo Carretto, Al di là delle cose

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